Tra gli artigiani espositori della prima edizione della manifestazione Med Soul di Genova, il piemontese Stefano Robiglio ha trovato la sua vera vocazione tra i metalli. Sempre alla ricerca della sintesi perfetta tra forma, materia e resa estetica, realizza opere e arredi artistici.
Qual è stato il tuo percorso professionale e quando è nata la tua passione per i metalli e la loro lavorazione? «Il mio è stato un percorso da autodidatta, guidato dall'innato desiderio di dare forma alla materia. Se il legno e la pietra non riuscivano a soddisfare appieno la mia urgenza creativa, con l'acciaio è stato subito colpo di fulmine. Il mio background affonda le radici nell'azienda di famiglia, dove ho lavorato per dieci anni dopo il liceo nel settore della refrigerazione. Al di là delle naturali dinamiche generazionali tra genitori e figli, quell'esperienza è stata una vera e propria palestra: lì ho appreso i segreti della saldatura di ferro, rame e acciaio inox. Da quel momento, il tempo libero è diventato lo spazio della sperimentazione. Ho iniziato a muovere i primi passi creando arredi per me tavoli, librerie, piccole sculture scoprendo le infinite potenzialità di questo metallo, che mi hanno spinto a un'evoluzione rapidissima».
Quando c'è stata la svolta? «Dieci anni fa ho deciso di trasformare la passione in un'impresa personale, attrezzando l'officina e proponendo i miei progetti. All'inizio l'accoglienza del pubblico è stata tiepida, così ho scelto di affiancare alla linea di design le lavorazioni tradizionali come scale, cancelli e ringhiere reinterpretate però con il mio tocco personale. Questo mi ha permesso di autofinanziare le mie visioni più creative. La mia anima artistica è emersa quasi per scommessa, per la sfida personale di riuscire a realizzare manufatti complessi. Eppure, più mi addentravo nella scultura, più scoprivo una forma di comunicazione profonda, capace di dar voce a emozioni inedite, costantemente ispirate dalla bellezza della natura e dalle sfumature dell'animo umano».
Ci racconti come si svolge il tuo mestiere di fabbro, le tue tecniche e quali sono le tue ispirazioni? «Dal concetto iniziale nella mia mente fino alla finitura finale, il mio lavoro è un processo in continua evoluzione. Non amo partire da un disegno rigido o da schemi geometrici predefiniti, così come non inseguo una cieca perfezione: credo che siano proprio le imperfezioni a raccontare la vera bellezza di un oggetto. Il mio è un approccio totalmente "fluido", in cui l'opera si trasforma a seconda della necessità del momento. In officina, il cambiamento è l'unica vera certezza. A guidarmi sono sempre la ricerca estetica e la sperimentazione, senza il vincolo di un unico stile; mi piace testare tecniche diverse e dare forma a volumi scultorei sempre nuovi, convinto che l'emozione debba sempre venire prima del tecnicismo. Il ritmo della creazione varia moltissimo».
Come nascono le tue creazioni? «Alcuni pezzi nascono d'istinto, di getto: la visione si traduce in un disegno col gesso direttamente sul tavolo in ferro dell'officina, per poi passare subito alla forgia. Altri progetti, invece, richiedono mesi di gestazione. Attraversano fasi di grande esaltazione e momenti di stasi in cui metto tutto in discussione, per poi essere ripresi settimane dopo con una consapevolezza diversa e un ritrovato entusiasmo. Gesti quotidiani come tagliare, sagomare, saldare, forgiare e lucidare assumono ogni volta un significato nuovo e spesso inaspettato. È in questa diversità che risiede la scintilla che mi spinge a creare. Certo, dare vita a un'opera è un lavoro faticoso, fatto di tentativi ed errori: dietro al risultato finale che il pubblico vede finito e inserito in un arredo, c'è un percorso invisibile costellato di insuccessi che non sempre è facile da raccontare, ma che è parte integrante del valore di ogni pezzo».
Che tipo di sculture e di opere realizzi? «La mia produzione si muove principalmente lungo due filoni espressivi: la natura, in particolare l'universo di piante e fiori, e la figura femminile. In entrambi i casi, il mio obiettivo non è mai la riproduzione letterale della realtà, ma il tentativo di infondere nelle opere una forte carica estetica, capace di evocare mondi fantastici e suggestioni interiori. Tutto parte da un approccio profondamente materico, dove la ricerca spontanea e fluida dell'imperfezione diventa il tratto distintivo che caratterizza ogni mia scultura fin dalla sua genesi».
Ti dedichi anche agli elementi d'arredo. «Sì, accanto alle opere d'arte pura, realizzo elementi d'arredo e veri e propri arredi scultorei. La filosofia che mi guida rimane esattamente la stessa; l'unica differenza è che in questo caso l'estetica deve necessariamente dialogare con la funzione pratica dell'oggetto. Mi piace pensare ad ogni complemento non come a un semplice mobile, ma come al protagonista indiscusso dello spazio, un pezzo unico capace di catalizzare lo sguardo e ridefinire l'atmosfera dell'ambiente in cui viene inserito».
Quali sono i tuoi best seller? «Se parliamo di sculture pure, i miei "bonsai" in ferro battuto occupano un posto speciale: sono nati come una mia intuizione originale e col tempo sono diventati un vero e proprio tratto distintivo della mia produzione. Hanno una linea particolarmente armoniosa che crea un contrasto affascinante con la durezza del metallo, una caratteristica che permette loro di integrarsi perfettamente in qualsiasi contesto abitativo, dal rustico al minimalismo contemporaneo. Tuttavia, il cuore della mia attività si esprime soprattutto attraverso la creazione di pezzi unici su commissione, opere nate per dialogare con lo spazio circostante. Tra questi, i progetti che mi hanno dato più soddisfazione e che considero i miei veri manifesti sono la chaise longue scultorea “Vertebra”, un elemento dove l'acciaio segue e asseconda le linee del corpo in un gioco di vuoti e pieni, e il coffee table "Ginko", un tavolino che omaggia la delicatezza della natura attraverso la forza del metallo.
E oltre ai pezzi unici? «Accanto ai pezzi unici, ho sviluppato una linea di complementi d'arredo in piccola serie, pensati per chi desidera inserire un dettaglio d'autore nella quotidianità. In questo ambito, i riscontri più importanti arrivano da oggetti come il portariviste "Icaro", che trasforma un elemento funzionale in una piccola architettura domestica, e i miei ice bucket (secchielli per il ghiaccio), dove la lavorazione termica e la finitura del metallo si sposano con il rito dell'ospitalità. Sono piccoli tocchi di design che racchiudono, in scala ridotta, tutta la cura e la filosofia della mia officina».
Stai lavorando su nuovi progetti, idee, creazioni? «In questo momento l'officina è in pieno fermento. Sto concentrando molte delle mie energie sul ripensare alcuni elementi d'arredo complessi, in particolare i bar cabinet (i mobili bar), che rappresentano una sfida progettuale affascinante. L'obiettivo è far dialogare, in modo ancora più stretto, la pura ricerca estetica con l'estrema funzionalità pratica: voglio che l'apertura di un mobile o il contenimento degli oggetti diventino un piccolo rituale di bellezza quotidiana».
E per quanto riguarda il design? «Queste nuove creazioni non nasceranno come pezzi isolati, ma faranno parte di una vera e propria collezione capsule di arredi e complementi d'oggetto, pensata per chi desidera vestire più ambienti della casa mantenendo un filo conduttore stilistico coerente, armonioso e riconoscibile. Il concetto cardine attorno a cui ruota questa nuova linea è la "metamorfosi della materia". Sto lavorando per unire elementi organici che richiamano la spontaneità della natura a linee tese e visioni quasi futuristiche. Sarà un gioco di contrasti in cui l'acciaio e il ferro, forgiati e plasmati, sembreranno quasi fluttuare o trasformarsi in forme vive; un modo per dimostrare come un materiale antico e strutturale possa proiettarsi nel futuro dell'interior design».
