Il suo stile fu definito a suo tempo ‘minimal warm’ ma in realtà Roberto Semprini è un uomo che sotto l’aplomb inglese cela ardenti passioni.
«Considero il design una disciplina umanistica, per il suo rapporto diretto con l’essere umano. Non si tratta solo di estetica o funzionalità, ma di porre l’uomo al centro del processo creativo».
D. Partiamo dal presente, e cioè dal Festival Barocco & Neobarocco di cui lei è fondatore e anima, che si è appena tenuto a Ragusa Ibla a giugno. Il Festival è alla sua sesta edizione: come è andata?
R. All'edizione 2026 del Festival sono stati invitati più di 40 ospiti fra giornalisti, artisti, architetti, designer. E lo stilista Antonio Marras come... ciliegina sulla torta! Il Festival ha un taglio multidisciplinare, con installazioni di architettura, arte, design, fotografia e moda capaci di reinterpretare lo stile Barocco nella contemporaneità. Questa rilettura dell’estetica seicentesca, avviene attraverso l'interpretazione del suo dna: il contrasto, la sperimentazione, l’iperdecorativismo, l'eccellenza, il lusso, la sorpresa, l'erotismo, la teatralità. A tal fine sono stati allestiti alcuni Palazzi Barocchi, classificati come Patrimonio Unesco, generalmente non visitabili per il grande pubblico. Le mostre sono state arricchite da interventi di personaggi della cultura provenienti da ambiti disciplinari diversi, sul tema del Festival. Barocco & Neobarocco anche quest’anno ha avuto un sottotitolo, Rinascita: il tempo dei materiali. Un focus sul tema della Rinascita dei centri storici, attraverso materiali tradizionali (vedi la pietra lavica e pietra pece) come nei nuovi materiali. Un concetto di Rinascita che è da collegarsi alla Rinascita della Val di Noto dopo il terremoto del 1693. Il Festival è sostenuto dal Comune di Ragusa e da sponsor privati, con il patrocinio dalla Fondazione Arch - Studi e Ricerche Architetti nel Mediterraneo e dall'Ordine degli Architetti di Ragusa. Da quest’anno è partito anche un patrocinio prestigioso, quello di Fondazione Italia Patria della Bellezza.
D. E ora andiamo agli inizi o quasi, cioè dalla sua adesione, a fine Anni '80, al Movimento Bolidista. Che esperienza è stata? E cosa le ha lasciato, come architetto e designer?
R. È stato fondamentale partecipare al Bolidismo, l’ultimo movimento di design italiano. Mi ha permesso di fare il passo importante, quello di passare dall’Università di Firenze al mondo del design milanese, dalla teoria alla pratica, sostenuto dal gruppo. È stato un periodo breve ma intenso nella frenetica Milano da bere della fine degli anni '80. Stare insieme, soprattutto agli inizi della propria carriera, sviluppa con naturalezza un confronto continuo sui progetti. Alcuni di questi compagni di viaggio sono poi diventati nel tempo fra i massimi protagonisti del design italiano, come Stefano Giovannoni e Massimo Iosa Ghini, solo per citarne un paio.
D. Il suo divano Tatlin per Edra è proprio di quegli anni... Sembra racchiudere in sé molte idee del Movimento Bolidista: il dinamismo, la ricerca di forme pure, un tocco futurista... Come è nato quel progetto?
R. Dall’ammirazione verso gli artisti audaci, sognatori, utopici, rivoluzionari. Vladimir Tatlin era uno di questi, progettò il monumento alla 3° Internazionale Socialista a forma di spirale, perché doveva rappresentare la crescita del popolo russo grazie alla rivoluzione bolscevica. Questo progetto doveva essere più alto della Torre Eiffel, in vetro e ferro, ma non fu mai realizzato, come non furono realizzate le utopie della rivoluzione russa. Il mio interesse per questo simbolo nasce da Vladimir Tatlin, ma anche da Mario Merz che diceva l’esatto opposto, la spirale è un segno in movimento verso il basso, verso il centro della Terra. Tornando al Barocco, per Gian lorenzo Bernini che anticipa di tre secoli Antoni Gaudì, la scultura deve partire dalla spirale della chiocciola.
D. Tatlin è sicuramente un'icona del design, ma non è l'unica tra i tanti progetti che ha disegnato nel corso di una carriera quarantennale. Quali altri suoi prodotti hanno segnato in qualche modo il suo cursus di product/industrial designer?
R. Sono prevalentemente quelli simbolici, ispirati alla natura o ad opere d’arte. A quei simboli che tutti amiamo, senza saperlo a livello inconscio. Potrei citare il tavolino Manta per Fiam, il divano Vulcano per Giovannetti, la doccia Leaf per Mastella design, ecc... Sono simboli condivisi, semplici, immediatamente riconoscibili. Se progettati e realizzati magistralmente possono travalicare il tempo e diventare dei classici.
D. Lei affianca alla sua professione anche quella di docente. Guardando quei futuri architetti e designer, quali sostanziali differenze vede rispetto a quelli della sua generazione?
R. Il design può essere definito una disciplina umanistica perché è in rapporto con l’uomo. Cambiando la società cambiano le nostre abitudini e i giovani, quelli con le antenne lunghe, sono i primi a captare i segnali di cambiamento. Sono più veloci, informati, curiosi e ambiziosi, ma li vedo anche un po' timorosi, come se avessero paura di sbagliare, chiedono certezze che non esistono. Spesso la narrazione nei loro progetti è poco profonda e anche abbastanza simile. Colpa dei social in cui tutto è perfetto e preconfezionato? Ogni tanto è meglio fermarsi e leggere un libro su uno scoglio o semplicemente guardare il mare e le nuvole.
D. E per lei, da studente, quali erano i Maestri, i punti di riferimento tra i designer e gli architetti?
R. Ho studiato architettura a Firenze e il punto di riferimento per tutti noi giovani bolidisti e futuri designer era il docente di Architettura d’Interni, Remo Buti. Un architetto in fondo non molto conosciuto, proveniente dal Radical Design, con una grande sensibilità estetica. A livello internazionale invece erano i Maestri dell’architettura organica come Tapio Wirkkala, Alvar Aalto, Luigi Colani. Poi al di fuori della Facoltà era la città di Firenze, con la sua architettura e le opere dei Maestri rinascimentali come Michelangelo, Raffaello, Donatello, Botticelli...
D. In molti suoi lavori c'è un evidente richiamo all'arte, come nella madia Fontana che ha presentato quest'anno. Quello per l'arte è un istinto, una passione… come si esplicita nella sua vita?
R. In realtà avrei voluto fare l’artista, ma quando ho scoperto il mondo affascinante del design d’autore, con personaggi come Gaetano Pesce, Alessandro Mendini ed Ettore Sottsass, ho cambiato idea. Un giorno Ettore Sottsass mi disse che il suo lavoro non era altro che un’interpretazione del mondo dell’arte, ecco questa frase divenne il mio mantra.
D. Ci racconta com’è la sua casa? Una ventina d’anni fa fu scelta da AD tra le più belle case al mondo per il suo stile ‘minimal warm’. È cambiata in questi anni?
R. È più vissuta e umanizzata grazie all’arrivo dei figli, quindi meno manifesto da ammirare e non toccare... Le sue caratteristiche principali sono rimaste, come la tantissima luce – è un attico con una grande vetrata – i pochi oggetti di design, prevalentemente quelli esposti nelle mie mostre, parquet wengé a terra trattato a olio e pareti bianche sulle quali campeggiano pochi quadri, due specchiere del '600, qualche fotografia. Poi c’è il camino, che è il pezzo forte della casa: campeggia al centro di un grande living ed è la sintesi di un viso con due sculture in ceramica illuminate come fossero due grandi occhi e dalla bocca arde un fuoco sempre acceso... naturalmente solo in inverno!
D. E il suo stile come designer e architetto come si è modificato in questi anni?
R. È sempre lo stesso stile, quello che si definisce come new organic design: la curva al posto della retta, la spirale al posto dello spigolo, la forma fluida che si estende nell’oggetto con un leggero ed elegante movimento. Piuttosto ha cambiato scala, con gli allestimenti e l’organizzazione di mostre in Italia e all’estero, ma soprattutto in Brera durante la Milano Design Week. Ma a dire il vero ora preferisco il Festival Barocco & Neobarocco a Ibla, c’è molta meno confusione!
A cura di Claudio Malaguti
