Tre domande per raccontare lo stile di Raffaella Mangiarotti.
Si può dire che il suo tratto è lontano dal decorativismo, ed elegantemente femminile?
«Sì, al décor fine a se stesso preferisco il ‘decorum’, che in latino indica tutto ciò che è appropriato, misurato, una qualità estetica e morale che dona armonia e compostezza all’oggetto stesso. Non come ornamento aggiunto, ma come conseguenza naturale della sua costruzione, delle proporzioni, del suo equilibrio. In questo senso, l’eleganza non è mai un gesto intenzionale, ma un esito».
Ci sono dei materiali con i quali preferisce lavorare, che la ispirano maggiormente?
«Il legno, la pelle e il tessuto. In parte è un fatto biografico. Mia nonna aveva una fabbrica di scarpe e, durante gli studi in architettura, ho seguito anche un percorso di specializzazione come stilista e modellista di calzature all’Arsutoria School di Milano. Ho imparato a costruire le scarpe a mano, a capire la pelle attraverso il taglio, la cucitura, la tensione. Mi piacerebbe poter lavorare un giorno su una collezione di borse e scarpe...».
Nella sua professione e come ricercatrice al Politecnico di Milano ha studiato il rapporto tra progetto e sostenibilità. Come è cambiato in questi anni il concetto di sostenibilità?
«Nel 2000 ho fatto un dottorato sulla sostenibilità e sono stata in Germania perché in Italia era un tema poco esplorato. Oggi finalmente è entrata nella pratica del progetto. Sostenibilità in primis significa progettare meno e meglio, per far durare il prodotto nel tempo».
Un progetto imminente:
«Quest’anno presenterò due lampade per Ikea of Sweden, che usciranno ad aprile. È una collaborazione stimolante. Come quella con Lapalma, con cui ho sviluppato un dialogo che unisce pensiero, prodotto e allestimento.
Progettare a volte significa modificare le tipologie consolidate, cercando di renderle empatiche ed emozionali. Raffaella Mangiarotti
