Storie di casa

Storie di casa: recupero, natura e libertà

Amanda Deni

Amanda Deni  •  Amanda Deni RossoTibet

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Questa casa è un equilibrio imperfetto tra creatività, natura e sostenibilità: si butta poco, si ricicla molto, si trasforma quasi tutto e si evita di acquistare il superfluo...

Per anni ho pensato che una casa dovesse seguire delle regole precise. Poi ho capito che le regole dell’arredamento mi annoiavano terribilmente e ho iniziato a sovvertirle tutte.

E così nella mia casa convivono pezzi modernissimi accanto allo shabby, mobili antichi vicino a oggetti recuperati nei mercatini, carte da parati, legni consumati, ferro, fiori di carta…

Non esiste viaggio senza una tappa in un mercatino. Ciò che per altri sarebbe inutile nella mia casa trova una nuova vita e una nuova dignità.

Forse è satura, ma mi piace esattamente così, anche perché domani avrà di sicuro un nuovo aspetto. Cambio spesso. Forse troppo. Cambio i colori delle pareti, dipingo mobili seguendo l’umore del momento, sposto stanze intere.

Anche il giardino è in continua trasformazione. Da minimale e molto italiano è diventato negli anni quasi inglese, libero e romantico. Senza regole. Oggi ospita più di quaranta rose inglesi, cornus, magnolie, un acero tricolor, un melograno, un giuggiolo, un corbezzolo, piccoli frutti e un orto.

C’è anche la macchia mediterranea, un ulivo secolare, rosmarino e fiori spontanei che aiutano gli impollinatori. Spesso il prato viene lasciato incontrollato, perché troppi tagli disturberebbero gli ospiti del terreno.

Poco distante ci sono le mie galline, le ‘gallocce’, le chiamo così, hanno un nome e vivono libere nel pollaio tra erbe spontanee e vecchi oggetti recuperati.

Direi che la mia casa è un equilibrio imperfetto tra creatività, natura e sostenibilità. Qui si butta poco, si ricicla molto, si trasforma quasi tutto e si evita di acquistare il superfluo.

La casa è bianca, mai davvero neutra. Ricorrono accenti di colori, angoli vissuti, libri impilati, oggetti lasciati a metà e anche un po’ di polvere, perché a un certo punto ho capito che non si riesce a fare tutto.

E forse va bene così...

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